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mercoledì 17 aprile 2019

17 aprile del 1961 a Playa Giron si consuma la disfatta imperialista


La storia è nota. 
Dopo tre giorni di tentativi gli Yanquis tornarono a casa con la coda tra le gambe. Molteplici i motivi della disfatta non ultimo la fierezza del popolo cubano e la lungimiranza tattica del jefe Castro. Quello che però viene spesso ignorato è che tra marzo e aprile 1962 si tenne il processo contro i mercenari di Girón, che furono condannati alla perdita della cittadinanza cubana e al risarcimento di 62 milioni di pesos per il danno materiale causato a Cuba. L’importo non pagato si sarebbe trasformato in 30 anni di carcere con il lavoro fisico obbligatorio per tutti loro come risarcimento. Ma il governo cubano indicò anche una diversa possibilità dichiarandosi disposto a scambiare i prigionieri degli Stati Uniti in cambio del rilascio di un uguale numero di patrioti spagnoli, nicaraguensi, guatemaltechi e portoricani imprigionati per reati politici, per aver combattuto il fascismo, il razzismo, il colonialismo, la tirannia e l'imperialismo nei loro rispettivi paesi. Non ci fu risposta a quella alternativa a dimostrazione di quanto interessi agli americani la vita di chi combatte con la divisa a Stelle e Strisce.
Alla fine, il governo Cubano accettò di scambiare i prigionieri con una quantità di cibo e medicine per bambini, il cui valore era uguale al totale del risarcimento richiesto.
Fu questa la prima volta nella storia di un indennizzo pagato dagli Stati Uniti.
(fonte RadioEnciclopedia)

domenica 27 gennaio 2019

Cuba: OPERACION VERDAD: 60 anni di lotta contro le menzogne


Cari amici: nella storia umana, la verità è nata come un antidoto della menzogna, impugnata come arma di combattimento. Spesso si dice - ed è vero - che mentire è un modo di creare caos e confusione; ed è, in larga misura, una similitudine di violenza. 60 anni fa, il 15 gennaio 1959, il congressista repubblicano Wayne Hays assunse negli Stati Uniti, la difesa degli scagnozzi di Batista e Cuba fu processata per aver commesso crimini orrendi. Era quel fatto, che poteva ben essere considerato l'inizio dell'offensiva yankee contro la rivoluzione cubana. Si chiedeva la riduzione della quota di zucchero, le sanzioni economiche fino allo sbarco dei soldati nordamericani nell'isola dei Caraibi; impunità esigente per gli assassini della dittatura deposta. Da quel mostro, una gigantesca campagna scatenata dalla "Grande Stampa" in America e il mondo è stata alimentata. Misure profonde di natura rivoluzionaria a Cuba non si erano materializzate in quei giorni, ma non importava. Gli bastava toccare un filo dell'immensa trama della sua dominazione, in modo che tutte le molle della sua volontà predatoria venissero alla luce. Il merito di Fidel, fu quello di percepire immediatamente questo fenomeno. Ciò spiega l'immensa mobilitazione del 21 gennaio all'Avana e la conferenza stampa offerta dal governo di Cuba a quasi 400 giornalisti, per denunciare i fatti. E il 24, l'inizio della OPERATION TRUTH, lo celebriamo oggi. Dopo, è stata tutta una serie successiva di eventi. La campagna contro Cuba, durante i 60 anni da allora, è stata un'operazione di menzogne ​​e farse. Questo è avvenuto a livelli estremi e demenziali come quando fu incoraggiata la fuga di cervelli, promossa l’Operazione Peter Pan, organizzata Playa Giron, spinta al massimo la tensione nel mondo in occasione dei missili nel mese di ottobre 62, implementato il blocco genocida che ancora sopravvive. Dall'inizio alla fine, è stata la menzogna, il fulcro della campagna contro Cuba, non solo in America ma in tutto il mondo. La stampa (…) assecondando i voleri del grande fratello incoraggiata dal S.I.P. e finanziata da potenti gruppi economici, vi si è unita costantemente. (…) Hanno ripetuto a un ritmo monotono tutte le menzogne ​​del mondo premere contro la rivoluzione cubana. Alla fine, hanno annunciato con gioia, la caduta del governo cubano a Playa Giron, con la morte di Fidel. Per 60 anni la stampa non ha smesso di mentire contro Cuba. "The Rationing", "le persone che muoiono di fame", "la democrazia del fucile a pompa", "la sinistra dittatura", "L'impero di Castro"; sono stati i titoli dei media ogni giorno al servizio dell'Impero e della classe dominante. E, naturalmente, negli anni della "Guerra fredda", questa offensiva della stampa era ancora più offensiva. Nulla ha reso la stampa più indignata dell'amicizia che ha unito Cuba con l'Unione Sovietica e altri paesi del mondo. Ha sognato di vederla da sola, sprofondare nel mare, per la gioia e il conforto della Casa Bianca. La scomparsa dell'URSS non ha attenuato questa offensiva. Al contrario, l'ha alimentata. Nelle pagine di giornali, radio e televisione, avidamente ricercato la crisi e salti di gioia pensando che "la caduta del regime socialista" era una questione di giorni. Si sfregarono le mani e attesero ansiosamente la notizia che non arrivò mai. Contro tutte le sue previsioni, Cuba è stata vittoriosa. La "grande stampa" non ha avuto altra scelta che ingoiare ciascuna delle sue parole. Ma non rinunciò a mentire usando, come sempre, la sua "arma da combattimento".(…) Così è stato per la questione dei 5 prigionieri dell'Impero Usa dal settembre 1998 che ha chiamato "spie", accusandoli di aver pianificato "attacchi terroristici" negli Stati Uniti, che hanno tentato di uccidere cittadini indifesi, che hanno cospirato per impedire la "vittoria democratica" a Cuba. E quando gli imputati furono finalmente rilasciati perché innocenti la i giornali tacquero tranquillamente. Non avevano più niente da dire. Mai, fino ad oggi, hanno menzionato di nuovo il caso. Ma la menzogna ha continuato a regnare nel discorso portandoli a negare ciò che la Banca Mondiale riconosce espressamente oggi: che Cuba ha la migliore educazione in America Latina; che la politica sanitaria di Cuba è la più efficiente del continente; che i progressi scientifici e tecnologici raggiunti da Cuba non sono stati raggiunti da nessun paese di lingua spagnola in America; che Cuba è il paese più sicuro della regione, e quindi la menzogna, la menzogna storica che hanno sempre tramato contro Cuba, l'ha estesa a tutti gli altri processi di liberazione che si svolgono nel continente. A noi questo non ci sorprende. Mentono anche tutti i giorni, quando parlano dei problemi del nostro paese. (…) Siamo consapevoli, quindi, che questo accade ovunque. Ecco perché non crediamo mai a ciò che dicono contro il Venezuela, o contro il Nicaragua e contro la Bolivia. Sappiamo che le cose sono esattamente l'opposto di quello che dicono. Mentre dicono che in quei paesi, le cose vanno male, possiamo essere sicuri che stanno bene. E quando dicono "stanno bene", allora abbiamo commesso degli errori e abbiamo perso la battaglia temporaneamente. Quello, non succederà. È molto importante scambiare impressioni ed esperienze, ricapitolare la nostra storia perché la lotta tra la vita e la morte è la lotta tra verità e menzogne. Che la verità sia, e sarà sempre, la bandiera dei popoli. E quelle bugie sono, e saranno sempre, le armi più letali dei potenti: ecco perché la lotta per la verità è nella nostra America, il pane del giorno. Questo l'esperienza ci ha insegnato, ma l'abbiamo soprattutto imparato dalla "Operazione Verità".




Di Gustavo Espinoza M. (*), Tratto da Resumen Latino-americano, 26 gennaio 2019

L'articolo completo a questo link: 



lunedì 24 dicembre 2018

Che Guevara prepara un'altra sorpresa

Il 23 dicembre del '58 gli uomini del Direttorio avevano attaccato Manicaragua, e quello stesso giorno le forze di Armando Acosta entravano a Jatibonico. Il Che ordinò allora a Victor Bordon di operare con la sua colonna sulla strada che a sud va dalla Sierra a Cienfuegos, e di salire poi a tagliare le comunicazioni tra Santa Clara e L'Avana. Mentre queste forze facevano pressione sull'esercito e allo stesso tempo fungevano da contenimento di eventuali rinforzi, il Che preparava un'altra sorpresa per i soldati della dittatura. 

Per festeggiare la notte di Natale avanzò su Remedios e Caibarién, sulla costa nord di Las Villas e a nordest di Santa Clara, due villaggi distanti fra loro circa otto chilometri. L'operazione ebbe inizio a mezzogiorno del 25 dicembre. Le due caserme dell'esercito, a cui si sommavano forze di polizia e della marina, riunivano il doppio degli effettivi (circa duecentocinquanta) presenti in quella di Fomento, dove era iniziata l'offensiva di Las Villas. Il Che questa volta avrebbe avuto a disposizione solo una parte della sua colonna, per di più senza l'appoggio del Direttorio. In compenso i centoventi uomini dei quattro plotoni (quello di Alfonso Zayas, il plotone suicida del Vaquerito, quello di Miguel Alvarez e quello di Rogelio Acevedo) avevano il morale alle stelle, forgiati nei combattimenti urbani, e il nemico era demoralizzato e sulla difensiva. I ribelli entrarono direttamente nel villaggio di Remedios, sparando contro il municipio e la caserma. Il primo punto a cedere fu l'edificio della Giunta elettorale, dove le forze del plotone suicida attaccarono un gruppo di guardie che si arrese senza opporre troppa resistenza. Ci furono scontri intorno al posto di polizia e alla caserma, dove si trovavano duecento soldati. A battaglia iniziata un nuovo plotone si unì ai combattenti: quello del capitano Alberto Fernandez, Pachungo, formato da quarantacinque reclute di Caballete de Casa, armate a Placetas con i fucili appena catturati all'esercito.
(Tratto da : Senza perdere la tenerezza di PIT II)


domenica 23 dicembre 2018

23 dicembre... gli uomini di Batista continuano ad arrendersi


All'alba del 23 dicembre i guerriglieri cominciano a infiltrarsi a Placetas, ancora con il rumore degli spari di Cabaiguàn nelle orecchie. La guarnigione, assolutamente demoralizzata, aveva chiesto l'evacuazione del posto, in cui si trovavano più di cento soldati «dal morale a terra e scoraggiati per dover lottare contro truppe ribelli in schiacciante maggioranza, con effettivi senza dubbio in rapporto di cinquanta a uno» diceva un rapporto dell'esercito, esagerando molto, perché il Che in quel momento contava su meno di duecento uomini per attaccare Placetas. In risposta al rapporto era stato ordinato il ripiega mento verso Santa Clara, ma era un ordine tardivo, perché Placetas era già accerchiata.
Alle quattro e mezzo del mattino cominciarono gli spari. Le truppe di Vietor Bordòn entrarono da un capo del paese, quelle del Direttorio, comandate da Rolando Cubela, dall'altro. Il plotone suicida attaccò il nemico nel cinema, Abrantes attaccò il municipio e il plotone di Alfonso Zayas il posto di polizia. Il tenente Hugo del Rio racconta: «Bisognava vedere come ci aiutava la popolazione nei posti dove combattevamo. In molte occasioni c'era così tanta gente che scendeva nelle strade che risultava persino pericoloso, perché molti potevano restare vittime della mitraglia nemica».
Il Che arrivò a Placetas verso le sei e mezzo del mattino, su una jeep guidata da Alberto Castellanos; in quel momento il capitano Paez prendeva il cinema, e il plotone del Vaquerito, dopo aver occupato senza sparare la stazione radio, combatteva sulle alture.
A Placetas le forze di Zayas mantenevano la pressione sul posto di polizia, e alle cinque del pomeriggio, sotto il fuoco di una mitragliatrice calibro 30, di mortai e granate, i poliziotti chiesero una tregua per trattare con il Che. Mezz'ora dopo si arrendevano. Il fuoco dei ribelli si concentrò allora sulla caserma, dove si trovavano centoquattro soldati. Il plotone del Vaquerito attaccò dalla parte posteriore e le truppe di Bordon da quella anteriore. Il Che era in prima linea. Calixto Morales ricorda: «Mi sembra ancora di vederlo, a Placetas. I cecchini che sparavano e lui in mezzo alla strada come se niente fosse». 
In questa città i rivoluzionari ebbero un aiuto sorprendente: il tenente Pérez Valencia della guarnigione di Fomento che, rimasto per qualche giorno nell'accampamento di Manacas, era stato conquistato alla causa del Movimento. Racconta: «Chiesi al Che di mettermi un bracciale del 26 Luglio, e mentre mi accontentava mi disse in un sussurro: "lo non le prometto niente". Gli risposi che io non chiedevo altro che mi lasciassero combattere». Pérez Valencia, attraverso l'altoparlante, fece pressione sui difensori perché si arrendessero: «Che non si sparga del sangue, io sono Valencia e sono qui agli ordini del Che, e ho persino la mia arma. L'Esercito ribelle non è quello che credete voi». Il capitano cedette. Il Che entrò allora a trattare con gli ufficiali: usò un tono molto educato, parlava a bassa voce, secondo uno dei testimoni, ma il comandante degli assediati, il tenente Hernandez Rivero, diventò arrogante e cominciò a dire che lui era un ufficiale d'accademia e che avrebbe difeso la caserma fino alla morte. Il Che non riuscì a trattenere una risata. Allora i soldati presero l'iniziativa e, scavalcando il loro comandante, cominciarono ad arrendersi. Quando si seppe della resa dei soldati il popolo si riversò per le strade, gridando e suonando tutte le campane delle chiese. Si arresero più di centocinquanta uomini e furono presi centocinquantanove fucili, sette mitragliatori, una mitragliatrice calibro 30, un mortaio, granate e munizioni. Qualche ora dopo la caduta di Placetas il Che arrivava con la sua jeep a Yaguajay, dove Camilo e la sua colonna stavano stringendo d'assedio la caserma locale. La riunione si tenne nello zuccherificio Narcisa, fra la curiosità dei contadini che si avvicinavano per vederli insieme. Camilo, con il suo abituale sen- so dell'umorismo, commentò: «Lo so già che cosa farò quando vinceremo, ti metterò in una gabbia e girerò il paese facendo pagare il biglietto per vederti. Diventerò ricco!»
(Tratto da: "SEnza perdere la tenerezza" di Paco Ignacio Taibo II)


martedì 4 dicembre 2018

Cuba ... 4 dicembre 1958


Il 4 dicembre, prima di ritirarsi dal villaggio di Sitiales il nemico incendiò ventuno case di contadini con i cannoni dei carri armati, tentando poi di recuperare Mota e il suo plotone di avanguardia cade in una nostra imboscata (organizzata dal Vaquerito e da Zayas) con i seguente risultato: otto morti e tredici feriti gravi da parte dell'esercito. Quel combattimento fu l'ultimo atto dell'offensiva batistiana contro il territorio liberato dell'Escambray, e per festeggiarlo l'emittente della colonna 8 comincia a trasmettere, con Hiram Prats come operatore. La prima trasmissione è un collegamento con Radio Rebelde. C'è una fotografia del Che con la sua giacca di cuoio, seduto su uno sgabello davanti alla radiotrasmittente, all'interno di una capanna; guarda concentrato i comandi fumando un sigaro, gli auricolari incollati alle orecchie. Non ha un'espressione sicura, alle sue spalle il tecnico lo osserva, vestiti sporchi e carabattole alle pareti, batterie di automobile per terra. La fotografia è stata scattata da Tirso Martinez, un collaboratore del quotidiano clandestino Revolucion, che il Che tratta come un collega, prima di essere comandante io sono stato fotografo, e al quale dà una macchina fotografica da aggiustare, una macchina così distrutta che non potrà mai più funzionare e di cui il Che continuerà a chiedergli la restituzione infinite volte nel corso degli anni. E di Tirso, conosciuto come Caballo Loco per le sue dimostrazioni di coraggio di fronte alla polizia di Batista, sono diverse fotografie scattate all'inizio di dicembre, sessioni fotografiche che il Che interrompe quando arrivano gli attacchi di asma, forse per un eccesso di vanità o forse per non dare informazioni di troppo al nemico: non vuole che lo vedano con l'inalatore. Ci sono foto anche del cavallo Pajarito e del cane Miguelito, sdraiato sotto un'amaca mentre il Che lo sgrida: «Miguelito, cabron, non fai altro che mangiare e cagare. Non mi accompagni da nessuna parte, fannullone l», Alcuni giorni dopo comincia a trasmettere la stazione della colonna di Camilo e ha luogo la seguente Conversazione via radio tra i due capi ribelli: «Dimmi a che punto sono i movimenti del nemico da quelle parti e raccontami se c'è qualcosa di nuovo. A proposito, dimmi che tipo di mezzo corazzato è quello che avete preso, perché il messaggero che è stato lì mi ha detto che lo aveva visto ma non ha saputo dirmi di che tipo era», «Camilo, vedo che la cosa ti solletica, eh? È un carro armato straniero, che ha i contrassegni un po' bruciacchiati ma è molto bello, è di fabbricazione americana e credo che ci sarà molto utile. I tecnici ci stanno lavorando sopra perché ha qualche difettuccio. Non ci sono problemi adesso nelle nostre linee. Credo che si ritroveranno dei problemi nelle loro fra pochissimo tempo. Ti ho sentito dire a Fidel che andavi a prendere Santa Clara o che so io: non ti ci mettere perché quella è roba mia. Tu devi solo restare lì»
«Riguardo al problema di Santa Clara, ok, benissimo, faremo dei piani più avanti, per farlo insieme; voglio dividere quella gloria con te, dato che non sono ambizioso. Ti darò una piccola chance in quell'anello di ferro dato che manderemo all'attacco settemila fucilieri. Quei fucilieri non vedono l'ora di entrare in azione e in questi giorni hanno disarmato tutti i soldati delle centrali zuccheriere [...], è spaventoso quello che fanno i ragazzi per ottenere dei fucili.»
(tratto da: Senza perdere la tenerezza di P.I.Taibo II)

giovedì 12 luglio 2018

Il manifesto portava la data del 12 luglio 1957


Il manifesto della Sierra Maestra portava la data del 12 luglio 1957 e fu pubblicato dai giornali di quell'epoca. Per noi non era che una piccola sosta lungo la strada, bisognava proseguire nell'impresa fondamentale che era quella di sconfiggere l'esercito oppressore sul campo di battaglia. Avemmo poco tempo in quei giorni per conversare, ma Fidel mi raccontò dei suoi sforzi per far sì che il documento fosse realmente combattivo e gettasse le basi di una dichiarazione di princìpi. Un tentativo difficile contro quelle due mentalità di cavernicoli insensibili all'appello della lotta popolare.
Il manifesto insisteva fondamentalmente sulla parola d'ordine «di un grande fronte civico rivoluzionario che comprendesse tutti i partiti politici della opposizione, tutte le istituzioni civiche e tutte le forze rivoluzionarie».
Si facevano una serie di proposte:
la «formazione di un fronte civico rivoluzionario in un fronte comune di lotta»;
la designazione di «una personalità chiamata a presiedere il governo provvisorio»;
la dichiarazione aperta che il fronte non chiedeva né accettava l'intervento di un'altra nazione negli affari interni di Cuba che «non avrebbe accettato che la repubblica fosse governata provvisoriamente da una qualche giunta militare»;
la decisione di estro mettere totalmente l' esercito dalla politica e di garantire alle istituzioni armate la loro intangibilità;
dichiarare che si sarebbero tenute elezioni entro un anno.
Il programma in base al quale doveva reggersi il governo provvisorio annunciava libertà per tutti i prigionieri politici, civili e militari;
garanzia assoluta di libertà di informazione per la stampa e per la radio e tutti i diritti individuali e politici garantiti dalla Costituzione;
designazione di sindaci provvisori in tutti i municipi, previa consultazione con le istituzioni civiche del luogo; repressione del peculato in tutte le sue forme e adozione di misure che tendessero a incrementare l'efficienza di tutti gli organismi dello Stato;
regolamento della carriera amministrativa;
democratizzazione della politica sindacale, promuovendo elezioni libere in tutti i sindacati e in tutte le federazioni delle industrie;
inizio immediato di una intensa campagna contro l'analfabetismo e di educazione civica per esaltare i doveri e i diritti del cittadino nei confronti della società e della patria;
«gettare le basi di una riforma agraria che tenda alla distribuzione delle terre non coltivate e a convertire in proprietari tutti i coloni affittuari e compartecipanti, siano le terre proprietà dello Stato o di privati, previo indennizzo ai proprietari precedenti».
Adozione di una sana politica finanziaria «che miri alla stabilità della nostra moneta e che tenda a investire il credito della nazione in opere produttive; accelerazione del processo di industrializzazione e creazione di nuovi posti di lavoro».
A ciò si aggiungevano due punti sui quali ci si basava in maniera particolare:
«Primo: la necessità di designare sin da ora la persona chiamata a presiedere il governo provvisorio
della repubblica, per dimostrare al mondo che il popolo cubano è capace di unirsi dietro la parola d'ordine della libertà e di appoggiare la persona che possa incarnare e rappresentare questa parola d'ordine, persona che deve unire capacità e dignità a doti di imparzialità e di integrità. Ci sono a Cuba parecchi uomini capaci di presiedere la repubblica».
«Secondo: che la persona sia designata dal complesso delle istituzioni civiche perché, essendo queste organizzazioni apo- litiche, il loro appoggio libererebbe il presidente provvisorio da ogni impegno di partito, dando luogo a un comportamento assolutamente limpido e imparziale».
Si dichiarava inoltre: «Non è necessario venire sulla Sierra a discutere, possiamo noi stessi essere rappresentati a L'Avana, in Messico, o dove sia necessario».
Fidel aveva tentato di fare in modo che alcune dichiarazioni sulla riforma agraria fossero più esplicite. Ma fu difficile rompere il fronte monolitico di altri gruppi.
«Gettare le basi per una riforma agraria che tenda alla distribuzione delle terre incolte»: ciò, precisamente, era la politica che poteva permettere il Diario de la Marina. Veniva stabilito, persino, «previo indennizzo dei proprietari precedenti».
Alcune di quelle decisioni non sono state poi rispettate dalla rivoluzione nella forma originariamente redatta. Bisognerà tener presente che il nemico ruppe il tacito patto espressosi nel manifesto, non riconoscendo l'autorità della Sierra e tentando di creare difficoltà al futuro governo rivoluzionario, ancor prima che esso venisse formato.
Noi non eravamo soddisfatti del compromesso, ma esso era necessario; in quel momento era un progresso. Non sarebbe durato oltre il momento in cui potesse significare un arresto dello sviluppo della situazione, ma eravamo disposti a rispettarlo. Il nemico, col suo tradimento, ci aiutò a rompere quegli incomodi legami e a dimostrare al popolo le sue vere intenzioni.
Sapevamo che si trattava di un programma minimo, un programma che limitava il nostro sforzo, ma sapevamo anche che non era possibile stabilire la nostra volontà dalla Sierra Maestra e che dovevamo contare per un lungo periodo su tutta una serie di "amici" che tentavano di utilizzare la nostra forza militare e la grande fiducia che il popolo aveva già in Fidel Castro, per le loro macabre manovre e, soprattutto, per mantenere il dominio dell'imperialismo a Cuba attraverso la sua borghesia importatrice, legata strettamente ai padroni nordamericani.
Il manifesto aveva delle parti positive; si parlava della Sierra Maestra e si diceva esplicitamente: «Nessuno si lasci ingannare sulla propaganda governativa circa la situazione della Sierra. La Sierra Maestra è ormai un baluardo indistruttibile della libertà che è fiorita nel cuore dei nostri compatrioti, e qui noi sapremo onorare la fede e la fiducia del nostro popolo». (Diario del Che)

mercoledì 11 luglio 2018

Lidia e Clodomira: le donne della rivoluzione cubana


Conobbi Lidia appena sei mesi dopo l'inizio dell'impresa rivoluzionaria. Ero appena stato nominato comandante della quarta colonna e stavamo scendendo, in un'incursione lampo, a cercare viveri nel villaggio di San Pablo de Yao, presso Bayamo, sui contrafforti della Sierra Maestra. Una delle prime case del villaggio apparteneva a una famiglia di panettieri. Lidia, donna di circa quarantacinque anni, era uno dei padroni della panetteria. Dal primo momento lei, il cui unico figlio aveva appartenuto alla nostra colonna, si unì entusiasticamente e con una devozione esemplare alle fatiche della rivoluzione. Quando evoco il suo nome, c'è qualcosa di più di un apprezzamento affettuoso per la rivoluzionaria senza macchia, poiché lei aveva una devozione particolare per la mia persona che la spingeva a lavorare preferibilmente ai miei ordini quale che fosse il fronte di operazioni al quale venissi assegnato. Innumerevoli gli episodi ai quali Lidia partecipò in qualità di messaggera speciale, mia o del Movimento. Portò a Santiago de Cuba e a L'A vana le carte più compromettenti, tutti i comunicati della nostra colonna, i numeri del periodico «El Cubano Libre». Portava anche la carta, portava medicine, portava, insomma, ciò che era necessario e tutte le volte che era necessario. La sua audacia senza limiti faceva sì che i messaggeri maschi evitassero la sua compagnia. Ricordo sempre gli apprezzamenti, fra burocratici e turbati, di uno di loro che mi diceva: «Quella donna ne ha più ... di Maceo, ma ci distruggerà tutti; fa cose da matti, questo non è il momento di scherzare». 
Lidia, però, continuava ad attraversare senza sosta le linee nemiche.
Mi trasferirono nella zona di Mina del Frio, nelle Vegas de Jibacoa e lei mi raggiunse lì, lasciando l'accampamento ausiliario del quale era stata comandante per un certo tempo, e gli uomini che aveva comandato con energia e persino con modi un po' tiranni ci, provocando qualche rimostranza fra i cubani non abituati a essere comandati da una donna. La nostra postazione era la più avanzata della rivoluzione, situata in una località denominata la Cueva, fra Yao e Bayamo. Dovetti toglierle il comando perché era una posizione troppo pericolosa e una volta individuata, accadeva spesso che i ragazzi dovessero andar via da lì sul filo delle pallottole. Cercai di allontanarla definitivamente ma ci riuscii soltanto quando mi seguì nel nuovo fronte di combattimento. Fra gli aneddoti che dimostrano il carattere di Lidia ricordo adesso il giorno in cui morì un grande combattente ancora imberbe che di cognome faceva Geilin, di Cardenas. Quando Lidia era lì, il ragazzo faceva parte della nostra avanguardia. Mentre andava verso l'accampamento, di ritorno da una missione, vide le guardie che avanzavano di nascosto sulla postazione, in seguito senza dubbio a una spiata. La reazione di Lidia fu immediata. Estrasse il piccolo revolver 32 per dare l'allarme con un paio di spari in aria. Mani amiche glielo impedirono in tempo, altrimenti sarebbe costata la vita a tutti. Ma i soldati avanzarono e presero di sorpresa la postazione dell'accampamento. Guillermo Geilin si difese coraggiosamente fin quando, ferito due volte, sapendo che cosa gli sarebbe successo se fosse caduto vivo nelle mani degli sbirri, si suicidò. I soldati arrivarono, bruciarono ciò che c'era da bruciare e se ne andarono. Il giorno seguente incontrai Lidia. Il suo aspetto esprimeva la più grande disperazione per la morte del piccolo combattente e anche indignazione contro la persona che le aveva Impedito di dare l'allarme. Avrebbero ucciso me, diceva, ma il ragazzo si sarebbe salvato; io ormai sono vecchia, lui non aveva neanche vent' anni. Era quello l'argomento centrale delle sue conversazioni. A volte sembrava che ci fosse come una sfida nel suo continuo disprezzo verbale per la morte, ma tutte le missioni che le venivano assegnate venivano portate perfettamente a termine.
Sapeva quanto mi piacevano i cuccioli e mi prometteva continuamente che me ne avrebbe portato uno da L'A vana, ma non' riuscì a mantenere la promessa. Nei giorni della grande offensiva dell'esercito, Lidia portò a termine pienamente la sua missione. Entrò e uscì dalla Sierra, portò e consegnò documenti importantissimi, stabilendo i nostri contatti col mondo esterno. L'accompagnava un'altra combattente della sua stirpe, della quale non ricordo che il nome, come quasi tutto l'esercito ribelle che la conosce e la venera: Clodomira. Lidia e Clodomira erano diventate compagne inseparabili nel pericolo, andavano e venivano insieme da una parte all'altra. Avevo ordinato a Lidia che, appena arrivata a Las Villas, dopo l'invasione, si mettesse in contatto con me, perché doveva essere il principale mezzo di comunicazione con L'Avana e con il comando generale della Sierra Maestra. Arrivai e subito dopo trovammo la sua lettera nella quale mi annunciava che aveva un cucciolo da regalarmi e che me lo avrebbe portato col prossimo viaggio. Quello fu il viaggio che Lidia e Clodomira non realizzarono mai. Poco dopo venni a sapere che la debolezza di un uomo, cento volte inferiore come uomo, come combattente, come rivoluzionario o come persona, aveva permesso l'individuazione di un gruppo del quale Lidia e Clodomira facevano parte. I nostri compagni si difesero fino alla morte. Lidia era ferita, quando la portarono via.
I loro corpi sono scomparsi, Lidia e Clodomira stanno dormendo il loro ultimo sonno, insieme senza dubbio, come insieme avevano lottato negli ultimi giorni della grande battaglia per la libertà.
Forse un giorno i loro resti verranno ritrovati in qualche deposito di immondizie o in qualche campo solitario di quell'enorme cimitero che è stata l’isola intera. Ma nell'esercito ribelle, fra quelli che lottarono e si sacrificarono in quei giorni angosciosi, vivrà eternamente il ricordo delle donne che rischiando quotidianamente rendevano possibili le comunicazioni in tutta l'isola e fra tutte, per noi, per quelli che facemmo parte del Fronte numero 1 e, personalmente, per me, Lidia occupa un posto particolare. Per questo vengo oggi a lasciare come omaggio queste parole di ricordo, come un modesto fiore, davanti alla tomba che aprì migliaia di bocche nella nostra isola un tempo così allegra.
(diario del Che )


mercoledì 4 luglio 2018

Metti comandante


Mandammo una lettera di auguri e di riconoscenza a "Carlos", nome clandestino di Frank Pais, che stava vivendo le sue ultime giornate. La firmarono tutti gli ufficiali dell'esercito guerrigliero che sapevano farlo (i contadini della Sierra non erano molto esperti in quest' arte ed erano ormai una parte importante della guerriglia). La carta fu firmata su due colonne e mentre i componenti della seconda colonna mettevano il grado, Fidel mentre stavo mettendo il mio, ordinò semplicemente: 
«Metti comandante». 
In questo modo privo di formalità e quasi indirettamente, fui nominato comandante della seconda colonna dell'esercito guerrigliero, quella che si sarebbe chiamata successivamente colonna 4. La dose di vanità, che tutti abbiamo dentro, fece sì che quel giorno mi sentissi l'uomo più contento della terra. Il simbolo della mia nomina, una piccola stella, mi fu dato da Celia insieme con uno degli orologi da polso che erano stati richiesti a Manzanillo. (dal diario del Che)


giovedì 5 novembre 2015

Hasta la revoluciòn !

Alla fine i volumi sono arrivati. Dopo tanto lavoro, mille correzioni, telefonate con il grafico, l'editore e i correttori di bozze... non rimane che aprire il pacco. Taglierino alla mano, devo solo incidere il cartone e assaporare l'odore di carta stampata che ogni amante del volume intonso conosce bene. Sì è vero la tecnologia è pratica e fa risparmiare ma quello che manca a un ebook è proprio quell'odore di carta che sancisce l'attimo... quello sfogliare il libro che nasconde parole, avventure, sogni. Da oggi toccherà a lui, ad Hadar, il personaggio del libro che consegno ai lettori. Toccherà a lui raccontare la Cuba di metà '800 con la consapevolezza che in ogni personaggio c'è un po' dell'autore che lo ha tratteggiato. Un modo come un altro per guardarsi allo specchio e provare a sognare un mondo diverso. Hasta la Revoluciòn! 

venerdì 16 ottobre 2015

Manifesto per gli autori Indie

Il Manifesto per gli autori Indie  

Io sottoscritto dichiaro :
Che mai rinuncerò alle migliori opportunità di pubblicazione per gli autori e non permetterò all’industria editoriale di rinnegare le proprie responsabilità verso scrittori e lettori.
Pubblico i migliori libri di cui sono capace. Prima di farlo, ho imparato a soddisfare gli standard della pubblicazione industriale nella progettazione, formattazione, produzione, marketing e promozione del mio libro, e in seguito ho pensato a come spingermi in modo creativo oltre questi limiti. Nel fare del mio meglio, mi do anche il permesso di commettere errori, fallire, riprovare e fallire meglio.
Pubblico in tutti i formati e scelgo le piattaforme in modo da poter diffondere il mio lavoro nel modo più ampio possibile.
Decido autonomamente la pubblicazione delle mie opere avvalendomi degli strumenti tecnologici necessari per realizzare i libri in formato digitale. Quando lo ritengo opportuno decido anche di pubblicare la mia opera in cartaceo, sempre con l’obiettivo di renderla fruibili al maggior numero di persone.
Riconosco di essere più flessibile e più vicino al lettore di ogni altro operatore del settore. Proprio per questo invito quelli che si sentono minacciati dal self-publishing a ripensarci e a rivedere il loro pensiero nei confronti degli autori indie.
Non chiedo a nessuno il permesso di pubblicare, né una pacca sulla spalla, né un contratto che offende le mie competenze e il pubblico dei lettori. Invece, pongo domande sul modo in cui i servizi editoriali a pagamento e gli editori commerciali potrebbero meglio sostenere gli autori e servire i lettori.
Sono consapevole della mia posizione privilegiata in quanto sono autore ed editore di me stesso e proprio per questo posso permettermi, di pensare e ripensare il “libro” fino a che non sarò soddisfatto del mio lavoro. Una consapevolezza che mi accompagna in tutti i miei rapporti con gli altri professionisti dell’editoria e che si traduce in un vantaggio per me, per gli altri autori e per i lettori.
Sono orgoglioso del mio status di autore auto-pubblicato.


Il brano che segue è dal blog di Cetta de Luca ( cettadeluca.wordpress.com)


Si utilizza molto il termine selfpublisher come sinonimo di “sfigato”, “testo – spazzatura”, “inqualificabile”, e tutto il corollario possibile e immaginabile coniato da chi, ahimé, si è imbattuto in libri che del libro avevano solo l’aspetto esteriore, e a volte neanche quello. Ma chi sono gli autori Indie. Mi piace questo nome (dovremmo dire Indipendenti, perché siamo in Italia, ma per una volta accettiamo un termine internazionale). Sono self? Anche. Sono pubblicati da case editrici? Anche. Sono ibridi? Direi di sì. Che cosa li caratterizza allora? Una scelta. Tutto qua. Io sono un’autrice Indie, perché i miei libri sono stati pubblicati da case editrici, perché non ho sborsato un centesimo per farlo, ma anche perché alcuni miei testi li ho auto pubblicati, e non perché nessuno li abbia accettati. Ho scelto di non sottoporli al vaglio di una CE per svariati motivi: erano poesie, poche per farci una raccolta (e poi non è che io sia questa gran poetessa) e ho pensato che il target di riferimento non giustificasse l’impresa; erano raccontini, riflessioni, pezzi di diario che mi piaceva rendere pubblici per farmi conoscere meglio dai miei lettori; erano romanzi di cui avevo ripreso i diritti (accade quando scade un contratto con una CE) ma che volevo avessero ancora qualche anno di vita nella versione digitale. Le cose che pubblico, in qualsiasi modo, possono anche non piacere, ma non per questo i testi non hanno subito analisi, revisione, editing. Anzi. Il patto con il lettore io l’ho ben chiaro in mente, sono lettrice anche io! In ogni caso il fenomeno self, che qualche anno fa era visto come il fumo negli occhi da puristi, autori, lettori, oggi sta diventando qualcosa di diverso. Si è infranto un tabù, mettiamola così, e ci sono già le dovute scremature. Certo in Italia arriviamo buoni ultimi nell’accettazione di questa realtà, ma qualcuno un giorno mi disse che forse è meglio, che guardare a quello che fanno gli altri prima di noi ci dà l’opportunità di copiare solo il buono e di evitarci gli errori grossolani.
La scrittrice inglese Orna Ross, fondatrice e direttrice dell’ALLI (Alliance of Indipendent authors ) ha da pochissimo pubblicato un documento che rappresenta molto bene il “patto con il lettore” che un autore deve fare. Una sorta di dichiarazione d’intenti in cui definire le regole sul nostro modo di lavorare e rivendicare l’indipendenza e l’autorevolezza del nostro lavoro. Ritengo pertanto che sia indispensabile definire quello che per noi è determinante nell’attività degli Indie e quello che ci contraddistingue rispetto ad altri autori, e per farlo aderisco all’iniziativa di Orna Ross e invito gli autori Indie che si riconoscono in queste parole a diffondere il Manifesto con gli strumenti a loro più congeniali. Ringrazio Marinella Zetti per la collaborazione nell’elaborazione del Manifesto e per la traduzione dell’originale.

venerdì 8 febbraio 2013

LeggereOnline News segnala Tabacco


Tabacco segnalato su LeggerOnline news a questo LINK



Leggereonline, da una idea di Marinella Zetti, giornalista, e Flaminia Mancinelli, scrittrice, è un sito di informazioni che offre aiuti concreti su come muoversi nel mondo dell’editoria digitale. Cos’è un e-book, come leggere un libro digitale senza possedere un tablet e così via. L’obiettivo delle fondatrici è quello di “condividere con un numero sempre maggiore di persone la loro conoscenza perché siamo fermamente convinte che solo con la cultura, condividendo le conoscenze, si possano superare tante barriere”.