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domenica 2 aprile 2023

Hablando de Julio Antonio y Tina

A La Habana, ospite di Froilan Gonzalez y Adys Cupull, due illustri intellettuali habaneri studiosi della storia Di Julio Antonio Mella. Durante l'incontro, organizzato da Frank Gonzalez periodista di Prensa Latina, partendo dai fantastici anni '20 del secolo scorso, si è attualizzato il pensiero dei due giganti della storia cubana e italiana che costituiscono il ponte culturale e di lotta tra i due popoli. Nel video, prodotto da Prensa Latina, i momenti del confronto.

https://www.youtube.com/watch?v=oGpanQWNGms




lunedì 23 agosto 2021

Tina e Julio nelle parole dell'ambasciatore cubano in Italia

El escritor Roberto Fraschetti tuvo la gentileza de hacerme entrega, recién impreso, de su libro "Muoio per la Rivoluzione", sobre la vida y acción política revolucionaria de #JulioAntonioMella, fundador, en 1925, del primer Partido Comunista de Cuba. Inevitable, pues fue de estremecedora profundidad, el libro cuenta también del amor, la pasión política, la lucha revolucionaria y la fuerte afinidad espiritual que fragua el amor célebre entre #Mella y la militante y fotógrafa italiana #TinaModotti. En este salón de la Embajada, que lleva precisamente el nombre de Tina Modotti, hablamos de ella y de Mella, esos dos seres especiales que forman parte de los pilares de la relación histórica entre #Italia y #Cuba. Y claro, consecuentes con el legado de Mella y Tina, hablamos de las batallas políticas del presente, de la resistencia y la defensa de #Cuba y de la #RevoluciónCubana frente al bloqueo, frente a la obsesiva política anticubana de parte de Estados Unidos, y a las continúas operaciones político-mediáticas diseñadas y organizadas desde ese país para desestabilizar a #Cuba, acompañadas del coro cínico de la derecha internacional. Me satisface que Fraschetti tomara con tanta dedicación la propuesta que le hice dos años atrás, estando compartiendo Jorge y yo con él y su esposa en casa. Ese día hablamos mucho del pasado y del presente de las luchas por la justicia humana, y de la necesidad de ofrecer a los jóvenes de hoy referentes históricos que puedan ser asumidos como propios. Y eso son #JulioAntonioMella y #TinaModotti, referentes para el presente y el fututo. 

Dott. Josè Carlos Rodriguez embajador de Cuba en Italia

Lo scrittore Roberto Fraschetti ha avuto la gentilezza di consegnarmi, appena stampato, il suo libro "Muoio per la Rivoluzione", sulla vita e l'azione politica rivoluzionaria di #JulioAntonioMella, fondatore, nel 1925, del primo Partito Comunista di Cuba. Di una profondità sconvolgente, il libro racconta anche di amore, passione politica, lotta rivoluzionaria e la forte affinità spirituale che forgia il famoso amore tra #JulioAntonioMella e la militante e fotografa italiana #TinaModotti. In questa sala dell'Ambasciata, che porta proprio il nome di Tina Modotti, si parla di lei e di Mella, quei due esseri speciali che fanno parte dei pilastri dello storico rapporto tra #Italia e #Cuba. E naturalmente, coerentemente con l'eredità di Mella e Tina, si parla delle battaglie politiche del presente, della resistenza e difesa di #Cuba e della Rivoluzione #cubana contro il blocco, contro l'ossessiva politica anticubana da parte di gli Stati Uniti, e le continue operazioni politico-mediatiche ideate e organizzate da quel Paese per destabilizzare #Cuba, accompagnate dal cinico coro della destra internazionale. Sono soddisfatto che Fraschetti abbia preso con tanta dedizione la proposta che ho fatto due anni fa, mentre io e Jorge condividevamo con lui e sua moglie a casa. Quel giorno abbiamo parlato molto del passato e del presente delle lotte per la giustizia umana, e della necessità di offrire ai giovani di oggi riferimenti storici che si possano assumere come propri. E cioè #JulioAntonioMella e #TinaModotti, riferimenti per il presente e per il futuro.

Dott. Josè Carlos Rodriguez Ambasciatore di Cuba in italia

 

domenica 18 luglio 2021

Invadere le strade: la risposta cubana alle provocazioni imperialiste. La mia intervista a Prensa Latina

Penso che fosse la risposta più bella che si potesse dare, ha detto in un dialogo con Prensa Latina, autore di quattro romanzi ispirati a diversi periodi della storia di Cuba, dalla colonizzazione spagnola al trionfo della Rivoluzione il 1 gennaio, 1959. 

'Tabaco' (2011), 'Luna Nuova' (2014), 'Il canto delle nuvole' (2017) e 'Il vento e prima del vento' (2018) sono i libri dedicati ai momenti salienti della nazione cubana come un processo storico unico.

Fraschetti sta attualmente lavorando a un romanzo ispirato alla vita del leader studentesco comunista cubano Julio Antonio Mella (1903-1929) e al suo rapporto nella vita e nella lotta politica con l'artista e rivoluzionaria italiana Tina Modotti (1896-1942).

Riferendosi ai disordini avvenuti in diverse città cubane una settimana fa, il narratore ha sottolineato che non si trattava di una protesta nata nella nazione caraibica, ma importata dagli Stati Uniti, il cui governo "inventa sempre la stessa dinamica".

In tal senso, ha indicato che l'attuale amministrazione statunitense ha approfittato "del momento, delle difficoltà create sull'isola a causa della pandemia di Covid-19 e, soprattutto, a causa del blocco che dura da più di 60 anni".

Dobbiamo dirlo così, ha detto, perché se vogliamo aiutare Cuba in qualche modo, dobbiamo trovare il modo per gli Stati Uniti di togliere il blocco, intensificato con 243 misure aggiuntive che lo stanno soffocando.

Chiaramente c'è un problema che non si risolve mandando quattro malviventi ad attaccare esercizi commerciali, ma togliendo il blocco, ha precisato e aggiunto che la notizia che arriva in Italia "è totalmente falsa".

Al riguardo, ha denunciato che la presunta repressione della polizia cubana che massacra i manifestanti è una falsità fabbricata, che si "sgonfia" per l'impossibilità di esibire prove.

Hanno una macchina della propaganda spaventosa, l'abbiamo già vista in Venezuela e in molti altri paesi dove hanno avuto luogo le cosiddette rivoluzioni colorate. Creano situazioni di emergenza in alcuni paesi e poi intervengono, ha detto.
A parere di chi scrive, 'la strategia è sempre la stessa', presentando una realtà in cui se non fosse per gli Stati Uniti il ​​mondo sarebbe in pericolo, quando invece è il contrario.

Possiamo ricordare esempi come la guerra sporca contro il Nicaragua, l'invasione di Panama, il rovesciamento del governo di Unità Popolare in Cile nel 1973, e infine Venezuela e Bolivia, ha detto.

Fraschetti ha sottolineato che è sempre la stessa dinamica in cui gli Stati Uniti agiscono come poliziotti del mondo per imporre la loro visione che non è altro che "liberalismo e sfruttamento", violando l'indipendenza e la sovranità dei popoli e il principio di autodeterminazione.

(di Frank Gonzalez)

link : https://www.prensa-latina.cu/index.php?o=rn&id=463060&SEO=destaca-escritor-italiano-respuesta-de-cuba-a-provocacion-de-eeuu&fbclid=IwAR3Z4Q5ioJwydA4nk2GS70cmV-HQG4oEo5_n3Ggi5Y9fC4WAfpPfhzGoRbY


martedì 13 luglio 2021

Las calles son de los Revolucionarios

Ancora una volta, in questi giorni difficili, i cubani hanno dato prova di essere “con” e “per” la Revolucion. Se gli Stati Uniti pensano di riuscire a piegare il popolo cubano si sbagliano di grosso. I reazionari “DEM” non contenti di 60 anni di bloqueo e del Covid (cha ha azzerato il turismo e quindi le “Entrate economiche”), hanno provato a cavalcare il malcontento.  L'inchiesta conferma la denuncia delle autorità cubane che si tratta di un'operazione concertata nello spazio pubblico digitale, a cui "sono dedicate notevoli risorse, non è qualcosa di improvvisato. È qualcosa di molto ben progettato, strutture e agenzie degli Stati Uniti. con laboratori dedicati alla creazione di queste condizioni e al raggiungimento dei loro obiettivi”.

Non è stato difficile, per gli analisti, (tra tutti Julián Macías Tovar, noto analista spagnolo) scoprire che l'operazione messa in piedi ha fatto un uso intensivo di robot, algoritmi e account recentemente creati per l'occasione, con l'obiettivo di abbinare i messaggi emessi dai referenti della campagna manipolativa. Il primo account che ha utilizzato l'HT #SOSCuba relativo alla situazione del COVID nel Paese è stato quello situato in Spagna . Ha pubblicato più di mille tweet sia il 10 che l'11 luglio, con un'automazione di 5 retweet al secondo. Il ricercatore indica come uno dei referenti dell'operazione l'argentino Agustín Antonetti, che fa parte della destra Fundación Libertad . Antonetti ha partecipato attivamente alle campagne di bufale e bot sui social network contro i processi di sinistra in America Latina, tra cui quello del boliviano Evo Morales e del messicano Andrés Manuel López Obrador.

La seconda fase ha coinvolto gli artisti per partecipare con un tweet con HT #SOSCuba, Per fare ciò, è stato lanciato un tweet che ha ricevuto più di 1.100 risposte. Una cosa sorprendente è che se analizzi quelle risposte, quasi tutte provengono da account appena creati o non hanno più di un anno. Dal 10 all'11 luglio sono stati creati più di 1.500 account che hanno partecipato all'operazione con l'hashtag #SOSCuba. I media internazionali si sono fatti carico dopo aver reso visibile la campagna articolata con gli artisti. Domenica 11 luglio, con centinaia di migliaia di tweet e la partecipazione di molti account di artisti, l'etichetta è diventata una tendenza mondiale e in diversi paesi, a quel punto la prima manifestazione a San Antonio de los Baños, pubblicata dagli Stati Uniti, ha avuto luogo.Uniti dal racconto del nome Yusnaby con migliaia di RT. Come sottolinea Tovar: "Curiosamente Yusnaby (US Navy) è di gran lunga l'account che esce di più nei miei thread, perché è uno dei modelli di account falsi automatizzati che diffondono bufale e campagne di odio. Se cerchi il mio @ + Yusnaby troverai numeri infiniti".

Un altro elemento molto visibile dell'operazione è l' uso massiccio di account di registrazione, con matrici molto comuni in altre campagne internazionali come il golpe boliviano, o la presenza attiva di vocalist di destra latinoamericana come Tertsch, Cabal e Tuto Quiroga.

Tovar denuncia anche l'uso di immagini o eventi manipolati in altri paesi e l'articolazione del funzionamento delle reti con vari media di destra nel continente.

Ancora una volta, però quest'onda di fango e frustrazione si sono infranti sul più resistente degli scogli: la forza del popolo cubano. "Las calles son de los Revolucionarios", questa è stata la parola d’ordine con cui ogni cittadino si è stretto intorno al proprio governo. Migliaia di cubani sono scesi per le strade, chiamati dal Partito Comunista de Cuba, seguendo il Presidente Miguel Diaz Canel che, attraversando a piedi la zona considerata l'epicentro della protesta, San Antonio de los Baños, ha ripercorso le gesta di Fidel Castro che, nel 1994, incontrò senza scorta i “balseros” al malecon de l’Habana, intenzionati ad abbandonare l’isola. Un gesto di "confianza" nel prestigio della Rivoluzione che nessun giornale occidentale “allineato” ha riportato, puntando i riflettori solamente su quello che il padrone a Stelle Strisce gradisce. Ma ormai a questo siamo abituati. Così come abbiamo fatto il callo alle reazioni di certi "RAVANELLI SINISTRATI" nostrani che in nome di una “Immaginaria difesa della libertà di popolo” finiscono sempre per ritrovarsi sul carro dell'imperialismo statunitense e tralasciano di vedere i danni del liberismo imposto dall’Europa dei banchieri.

Ma noi sappiamo che la rivoluzione cubana è altro. E’ difesa dei valori. Cibo per tutti, Istruzione diffusa, Sanità all’avanguardia e generatrice di invidia gratuita da chi, da secoli, sfrutta i popoli nel nome del dio denaro. Non abbiamo altro da aggiungere. Un saluto alla cubana: hasta la victoria…

LINK: http://www.cubadebate.cu/noticias/2021/07/12/investigacion-confirma-la-perversa-operacion-de-redes-sociales-contra-cuba-lanzada-desde-el-exterior/?fbclid=IwAR3O0oDQ6X8H0DYqVAktF4oMYKIdZYdP3XrsT0RZ-kZTJ5P4mHnghoavveQ

mercoledì 17 aprile 2019

17 aprile del 1961 a Playa Giron si consuma la disfatta imperialista


La storia è nota. 
Dopo tre giorni di tentativi gli Yanquis tornarono a casa con la coda tra le gambe. Molteplici i motivi della disfatta non ultimo la fierezza del popolo cubano e la lungimiranza tattica del jefe Castro. Quello che però viene spesso ignorato è che tra marzo e aprile 1962 si tenne il processo contro i mercenari di Girón, che furono condannati alla perdita della cittadinanza cubana e al risarcimento di 62 milioni di pesos per il danno materiale causato a Cuba. L’importo non pagato si sarebbe trasformato in 30 anni di carcere con il lavoro fisico obbligatorio per tutti loro come risarcimento. Ma il governo cubano indicò anche una diversa possibilità dichiarandosi disposto a scambiare i prigionieri degli Stati Uniti in cambio del rilascio di un uguale numero di patrioti spagnoli, nicaraguensi, guatemaltechi e portoricani imprigionati per reati politici, per aver combattuto il fascismo, il razzismo, il colonialismo, la tirannia e l'imperialismo nei loro rispettivi paesi. Non ci fu risposta a quella alternativa a dimostrazione di quanto interessi agli americani la vita di chi combatte con la divisa a Stelle e Strisce.
Alla fine, il governo Cubano accettò di scambiare i prigionieri con una quantità di cibo e medicine per bambini, il cui valore era uguale al totale del risarcimento richiesto.
Fu questa la prima volta nella storia di un indennizzo pagato dagli Stati Uniti.
(fonte RadioEnciclopedia)

lunedì 25 febbraio 2019

Alla Fiera (de La Habana)


In quest’ultima XXVIII Fiera Internazionale del Libro di Cuba, in corso in questi giorni nella splendida cornice del complesso Morro-Cabana, sono stati presentati due lavori di grande interesse.
Il primo, di cui si è discusso domenica 10 febbraio,è un interessante intreccio fra storia e finzione narrativa. 
Introdotto  dalla bella presentazione del giornalista Rodolfo Zamora, lo scrittore italiano Roberto Fraschetti, pur non essendo cubano, è riuscito a cogliere alcuni aspetti peculiari della Cubania, miscuglio misterioso ed affascinante di Europa, Africa, e indigeni caraibici, religioni e santeria, spirito ribelle e patriottismo. 
Attraverso la saga della famiglia  Gutierrez ci racconta quasi due secoli di storia di Cuba, che si snoda in quattro romanzi, partendo dall’ 800, con “Tabacco” per arrivare alla vittoriosa epopea della Sierra Maestra e del Trionfo de la Revoluciòn, e con l’ingresso di Fidel a La Habana, con il volume “Il vento prima del vento”, che conclude il ciclo narrativo. Lo stile semplice e accattivante, l’intreccio di avventure, amore, intrighi e passioni con la storia viva e reale ne fanno una lettura divertente ed istruttiva.
(articolo di Maria Giovanna Tamburello)

http://it.granma.cu/cultura/2019-02-25/un-po-ditalia-alla-fiera-del-libro-de-la-habana?fbclid=IwAR091Mz8rfU6Vg9HxHROe8al04Iz-RVFnzoQCp6Mw0pJLBZblHpktAk_9dQ




mercoledì 23 gennaio 2019

La propaganda Usa-ta utilizza l'Editoria a Pagamento


“El imperialismo ha creado un aparato gigantesco de propaganda y expansión ideológica y cultural que agrupa, de un lado, las poderosas corporaciones de radio y televisión, pertenecientes al capital privado, las agencias telegráficas, las editoriales, la prensa, la industria del cine, etc., y del otro, los servicios gubernamentales especiales de propaganda y la actividad subversiva contra otros países. En toda esa esfera están concentrados enormes fuerzas y recursos: centenares de miles de propagandistas a sueldo, potentes bienes de equipo y asignaciones que alcanzan miles de millones de dólares. ¿Por qué la clase gobernante del imperio no ahorra dinero cuando se trata de actividades ideológicas y propagandísticas a escala internacional? ¿cuáles son los objetivos estratégicos de esa actividad del imperialismo?” Y. K.

L'imperialismo ha creato un enorme apparato di propaganda e di espansione ideologica e culturale con gruppi, da una parte, la potente la radio e la televisione, appartenenti a capitale privato, agenzie telegrafiche, case editrici, la stampa, l'industria cinematografica, ecc., e dall'altra, servizi speciali di propaganda governativa e attività sovversiva contro altri paesi. Enormi forze e risorse sono concentrate in questa sfera: centinaia di migliaia di propagandisti pagati, potenti equipaggiamenti e allocazioni di miliardi di dollari. Perché la classe dominante dell'impero non risparmia denaro quando si tratta di attività ideologiche e propagandistiche su scala internazionale? Quali sono gli obbiettivi strategici di questa attività dell’imperialismo? Y. K.

È noto che i piani sovversivi contro Cuba degli Stati Uniti non si sono fermati. L'ONG National Endowment For Democracy (NED), fornisce fondi a varie organizzazioni per sviluppare attività contrarie alla rivoluzione cubana. Uno è l'Associazione Editoriale Hypermedia, che è stata finanziata con $ 51,188 dollari nel 2015 e $ 61.767 nel 2016 per diffondere ciò che l'Impero vuole imporre e cioè il suo "pensiero indipendente a Cuba". Uno dei sistemi per l'apparato propagandistico americano è quello di promuovere e distribuire libri di scrittori che si rivelano essere scrittori controrivoluzionari cubani. Quali piani ha Hypermedia a Cuba? Questa casa editrice, con sede in Spagna e diretta da Ladislao Aguado e Pablo Diaz Espi è presentata come un aiuto per una maggiore libertà di espressione e di scrittura indipendente tra gli intellettuali cubani considerati, come rivelato nel recente passato declassificati USAID, un settore vulnerabile su cui lavorare per porre fine al processo rivoluzionario. E’ risaputo che i piani sovversivi contro Cuba non si sono fermati e l'attacco che è venuto alla luce riflette bene quella storia infinita. Il NED ha scelto, tra gli altri, gli intellettuali, e il suo modo di procedere ricorda quello che la CIA ha realizzato in Europa dopo la Seconda Guerra, che sembra leggere nei suoi documenti il ​​vicino passato delle sue pratiche di corruzione e ingannevole per attirare determinati intellettuali. Oggi, come ieri, hanno pensato che sono un obiettivo di conquista per la loro causa. Leggi "The Cold Cultural War" di Frances Stonor Saunders. La sua intenzione era di confondere, separare e cooptare gli intellettuali di sinistra sotto l'ombrello di editoriali, come quello menzionato qui, riviste, premi, ... che rendeva più facile per alcuni camminare se entravano nel vortice contro il comunismo. Poi si scoprì l'inganno e l'uso contro il progresso sociale di coloro che si avvicinavano a loro, e si stamparono i lamenti di un buon numero di loro, mentre altri si persero nel silenzio e nel disinteresse prodotti dal loro ridicolo lavoro.
Un precedente simile a quello della Hypermedia controrivoluzionaria è stata la casa editrice Playor, l'editoriale che la CIA ha costruito e finanziato per Carlos A. Montaner in Spagna negli anni '70.
Hypermedia ha l'interesse di promuovere con il finanziamento delle opere, gli intellettuali che si oppongono alla rivoluzione. Per NED, e le altre organizzazioni della piattaforma della sovversione che è stato costruito e ricostruito durante gli anni della rivoluzione, il significato della nozione “autonomia” è essere contestatario del regime sfidando il governo cubano e sollecitando l'azione di disobbedienza civile in quella sfera controrivoluzionaria. Alcuni cosiddetti artisti indipendenti vengono presentati come vittime o leader del settore. Questo è il caso del cosiddetto "El sesto", un graffitaro il cui lavoro, se non su un muro, sarebbe stato acquistato da Hypermedia, in quanto opera con denaro proveniente dalle tasche di qualcun altro. Questi metodi di guerra sporca e subdola non sono nuovi, ma hanno preso nuovo vigore, alla luce del cosiddetto soft power che Obama ha favorito, per i quali il lavoro con il sostegno di organizzazioni esterne, qualunque sia l'origine, i progetti come condizione di non essere parte di qualsiasi entità statale cubana. Come altre entità sovversive, l'obiettivo principale di Hypermedia è quello di investire i propri soldi per finanziare gli scrittori di nuova generazione, indipendentemente dal fatto che vivano sull'isola o meno. Alcuni sono giovani scrittori residenti a Cuba e altri giovani intellettuali che si oppongono al governo scrivono per riviste con sede in Spagna, come Diario de Cuba e La Noria. Il Diario de Cuba, sin dalla sua comparsa in Spagna, anni fa per mano di Díaz Espi, anche con il finanziamento del NED, ha avuto lo scopo di attrarre seguaci all'interno dell'intellighenzia cubana. Tra gli scrittori che sono riconosciute al di fuori di Cuba ci sono controrivoluzionari, come Orlando Luis Pardo e Jorge Duany, tutte le campagne molto aggressive contro l'isola e, a volte veramente prosaica, come nel caso di Pardo.
Il denaro a cui abbiamo fatto riferimento si unisce a molti altri dagli Stati Uniti e dai suoi alleati europei, che si dedicano a rovesciare la rivoluzione. Non importa il governo in carica, se è blu o rosso, la fine è la stessa, cambiano solo le tecniche e gli strumenti che usano.
Nel caso qui, vediamo che gli intellettuali sono l'obiettivo principale. È una storia senza fine. Fino ad oggi non hanno raggiunto il loro scopo, né lo raggiungeranno anche se utilizzano milioni e milioni di euro e dollari in azienda.
Questo tipo di guerra, la "guerra psicologica", fa parte della storia infinita della violenza dell'impero contro i popoli liberi, e dal 1959 contro il popolo cubano e la sua rivoluzione. Diamo un'occhiata a qualche anno fa e poi osserviamo il momento presente vedendo il ruolo che il cartello militare statunitense assegna alle compagnie controrivoluzionarie, come la casa editrice Hypermedia.
Dalla seconda guerra mondiale, il governo americano, rafforza ancor più l'apparato della guerra psicologica e, nel 1948, documenta il suo compito e l'obiettivo: La guerra psicologica impiega mezzi fisici o morali diversi dalle tecniche militari ortodosse, questi mezzi intendono:
1º- Distruggere la volontà e la capacità di combattimento del nemico.
2º- Privato del supporto dei suoi alleati.
3º- Aumenta tra le nostre truppe e quelle dei nostri alleati volontà di vincere.
La guerra psicologica usa ogni arma che può influenzare la volontà del nemico. Le armi sono psicologiche solo per l'effetto che producono e non per la loro stessa natura. Pertanto, la pubblicità aperta economica o nascosta - come sabotaggi, assassinii, le operazioni speciali, di guerriglia, spionaggio, pressioni politiche, culturali e razziali - sono considerati armi utilizzabili.
Per realizzare questo programma di guerra psicologica i servizi segreti reclutano specialisti nelle scienze comportamentali capaci di inventare la propaganda bianca (messaggio semplice, chiaro e ripetitivo) e propaganda violenta volta a seminare nel campo dell'avversario disordine, confusione terrore. A Hypermedia è stato assegnato quel ruolo nel campo dell'edizione pro-imperialista per quella storia infinita di aggressione contro Cuba. (Di Ramón Pedregal Casanova / tratto da Rebelión)






venerdì 18 gennaio 2019

Bayer, Chatwin e la Patagonia rebelde


A poco meno di un mese dalla scomparsa (24 dicembre 2018) di Osvaldo Bayer, intellettuale
argentino praticamente sconosciuto alle nostre latitudini, riporto le immaginarie parole del suo traduttore italiano Alberto Prunetti che ho trovato in fondo al libro Patagonia Rebelde (ed. Elèuthera) E’ un dialogo immaginario ma che rappresenta in toto il pensiero del grande intellettuale latinoamericano e la nostra idea turistica del Cono Sur.


POSTFAZIONE
Dialogo immaginario tra autore e traduttore (di Alberto Prunetti).
«Osvaldo, l'altro giorno pensavo al tuo libro, La Patagonia rebelde ... ». Bayer annuisce.
«Sono pazzesche queste storie patagoniche e mi sorprende che in Italia nessuno le conosca... ».
«Be', voi avete la vostra Patagonia, e noi la nostra. Voi quella dei viaggi dei turisti, e noi quella dei bandoleros e dei gauchos. Voi quella di Chatwin ... ».
« ... e voi quella di Bayer!» lo interrompe il traduttore.
Osvaldo, che non vede l'ora di parlare di Chatwin, sorride, poi si avvicina con l'aria di chi sta per rivelare un segreto.
«Sai, il libro di Chatwin sulla Patagonia [In Patagonia, 1911J è scritto per gli europei. Agli argentini non piace. Ma voglio dirti qualcosa di più. Ti racconterò dell 'antipatia reciproca che mi legava a Chatwin».
Osvaldo si avvicina ancora di più, poi inizia a parlare sottovoce, come per non farsi sentire.
«La prima volta che l'ho visto, mi ha ricordato una vecchia rap- presentazione di un ambasciatore di sua maestà britannica. Senza l'occhio bendato, però ... ».
Scoppiano entrambi a ridere.
«Stava di fronte a me. Proprio qui, nello studio. Dove sei seduto tu. Gli avevano fatto il mio nome. Gli avevano detto: 'Questo Bayer è un intellettuale del Terzo mondo, sa tutto sulla Patagonia'. Lui ha tempo per un viaggio, qualche settimana nel lontano sud. Sì, non è tanto, lo ammette, ma nel Primo mondo ti me is money. Chiede una bibliografia sul tema. Sì, libri, niente documenti. No, niente antropologia o etnologia. Preistoria?Yes. Leggende? Sì. Ecologia? No, no.
Viaggiatori, donne, indios, bandoleros? Excellent. Scioperi? Ah, scioperi ... Mah! ... Con anarchici? 'Oh, allora yes, fantastico!'. Misi tutti i libri in una valigia e gliela diedi. Ovviamente anche la mia Patagonia rebelde. Tre settimane dopo mi restituì tutto».
Il traduttore è incuriosito: «L'hai più riuisto?».
«Lo incontrai qualche anno dopo, quando ero già in esilio. Lui aveva fatto sul «Times» delle dichiarazioni su di me. Criticava la mia indagine dall'alto del suo scranno di intellettuale europeo. A Parigi lo incrociai. Gli dissi che aveva fatto un bel lavoro con il suo libro. Ma era un lavoro da cocinero. Ovvero aveva 'cucinato' il suo libro mettendo insieme gli ingredienti trovati nei libri degli altri. Niente di male, si fa spesso così. Ma non mi piaceva la sua arroganza. Questo non si può fare con tematiche europee, ma viene bene con gli argomenti dei paesi coloniali. Qui anche i lettori colonizzati sono orgogliosi del fatto che un europeo parli di loro. Allora gli jèci una proposta».
«Che proposta?».
«Gli dissi: 'Ascolta, hai guadagnato tanti quattrini con questo libro, scritto assemblando il faticoso lavoro di indagine di autori locali argentini, poveri e sconosciuti, che nella loro vita non hanno mai visto uno spicciolo per le loro fatiche. Perché non dai una parte dei soldi che ottieni dalle vendite alle biblioteche dei piccoli villaggi della Patagonia?'. Mi guardò con uno sguardo sovrano che tradiva compassione e disprezzo. Non si degnò di rispondermi, e non lo ri-
vidi mai più».
«Non hai neanche avuto uno scambio di lettere con lui? Magari per un chiarimento?».
«Be', diciamo che è tornato a scrivere su di me dopo la sua morte. Probabilmente aveva la coda di paglia!», risponde con un po' di malizia.
Adesso il traduttore non capisce. «Che vuoi dire?».
«Un giorno, dopo la sua morte, esce un altro libro. Un'antologia postuma intitolata Anatomia dell'irrequietezza [2002]. E lì trovo un capitolo contro di me e contro gli anarchici, come Soto, che avevano condotto gli scioperi della parte sindacalista del movimento di rivolta in Patagonia. Uomini che combatterono una lotta disperata a trentamila chilometri dal centro del mondo. Mi scuso con Chatwin: mi sono occupato di peones ubriachi e di profeti anarchici. Avrei dovuto occuparmi di latifondisti di sangue britannico dagli stivali lucidi e di militari dal frustino facile. Tranquillizzatevi, fan dei grandi scrittori di best-seller. Gli scrittori del Terzo mondo spesso finiscono male, e le loro ossa si mescolano alle ossa anonime dei refrattari patagonici, visitate solo da cani vagabondi e puma ribelli».
E allora Osvaldo scoppia di nuovo a ridere e versa altri due bicchieri di whiskey.






venerdì 11 gennaio 2019

Omaggio alla Revoluciòn


Ne sono sempre stato sicuro: la storia della Revoluciòn andava raccontata. E con essa il gioco di maschere, gli odi, le rivalse, il potere, le sopraffazione a danno dei molti per il previlegio di pochi. La Revoluciòn andava raccontata per non dimenticare le gesta di quegli uomini. Di sicuro per ricordare le vicende di un popolo indomito che avevano attraversato un secolo. Vale la pena servirsene per rimettere le cose al loro posto e ridare dignità a quella parte di mondo che combatte in silenzio, che soffre, con la sola compagnia della speranza di una vita differente. Ne sono sempre stato convinto: la Revoluciòn è stata un vento capace di alimentare questa speranza. E loro, i ribelli con le divise verde–oliva, erano stati gli aliti di questo vento, capace di accendere le speranze per una moltitudine di persone. Ne sono sempre stato sicuro: la Revoluciòn ha insegnato qualcosa a ognuno di noi: che tutti insieme possiamo cambiare le cose, iniziando dal basso, ognuno con la propria spinta, abbracciando la lotta del compagno che cammina al nostro fianco. Guardare indietro per immaginare il futuro e inventare nuove rivoluzioni”.

Historia de las Relaciones Cuba-Venezuela


Sebbene il percorso delle relazioni diplomatiche tra le due nazioni abbia attraversato alti e bassi, determinati dalle circostanze storiche e politiche in cui le nostre nazioni sono state coinvolte, lo spirito di fratellanza e amore per la storia comune nell'arena americana, così come la comunione degli ideali dei nostri eroi Bolívar e Martí, è rimasta radicata in entrambi i popoli. Dall'elezione alla Presidenza del Venezuela da parte di Hugo Chávez Frías, le relazioni bilaterali si sono consolidate nel comune cammino dell'unione latinoamericana, portando di fatto al progetto ALBA .


A partir de que Venezuela reconoce a Cuba como Estado libre e independiente se produce un intercambio de notas entre ambos gobiernos para el establecimiento de relaciones diplomáticas. La carta de respuesta del presidente venezolano Cipriano Castro, al presidente cubano Tomás Estrada Palma es el acto protocolar que marcó el inicio de relaciones políticas y el establecimiento de relaciones diplomáticas. Los lazos de hermandad entre Cuba y Venezuela, la causa común por la independencia de América quizás se hayan iniciado por un hecho posiblemente fortuito: la nana de leche del Libertador Simón Bolívar fue una santiaguera nombrada Inés Mancebo. Entre los firmantes del Acta de Independencia de Venezuela en 1811 había un camagüeyano. En la célebre batalla de Carabobo peleó con arrojo un habanero, ascendido luego a coronel por el mismísimo Simón Bolívar, y ante quien el Libertador haría la promesa de no envainar su espada hasta que Cuba fuera libre. La “Conspiración de Rayos y Soles de Bolívar” en Cuba fue  liderada por el venezolano Carlos Aponte,  quien junto a un grupo de venezolanos y cubanos llegaran a Cuba en una expedición que fue descubierta y ejecutados sus integrantes, pero que nos dejó nuestra actual enseña nacional. En Guáimaro,  Carlos Manuel de Céspedes,  presidente de la República en Armas, el 12 de abril de 1869, designa al venezolano Cristóbal Mendoza, Encargado de las Relaciones Exteriores, un joven que entre los camagüeyanos ha sido de los primeros en tomar las armas. Hijo de Don Cristóbal Mendoza, primer Presidente de Venezuela y  amigo de Bolívar quién en 1813, después de la derrota de la Primera República le escribió con las siguientes palabras: “Venga Usted sin demora: venga. La patria lo necesita. Yo iré por delante conquistando y usted me seguirá organizando; porque usted es el hombre de la organización, como yo el de la conquista”. Cristóbal Mendoza alcanzó el grado de coronel y murió frente al pelotón de fusilamiento español el 30 de diciembre de 1870, dos días después de caer prisionero en Najasa, Camagüey. Descendientes de Bolívar y Parientes del general Antonio José de Sucre, pelearon en la Guerra del 95. En 1881 José Martí llega a Caracas y  cuentan que sin quitarse el polvo del camino no preguntó donde se comía ni se dormía, sino como se iba adonde estaba la estatua de Bolívar.  Sólo algo más de seis meses vivió Martí en Caracas, tiempo aparentemente muy breve, sin embargo, en estos 178 días, tuvo tiempo suficiente para impartir clases en dos Colegios, fundar una cátedra de oratoria y una revista, de colaborar sistemáticamente en órganos de prensa y llevar una intensa vida social, creando profundos lazos humanos con los mas destacados representantes de la intelectualidad venezolana de la época. Fue en tierra venezolana donde expresó: “De América soy hijo: a ella me debo.” A pesar de que el camino de las relaciones diplomáticas entre ambas naciones ha atravesado por altas y bajas, determinadas por las circunstancias históricas y políticas en que se han visto envueltas nuestras naciones, el espíritu de hermandad y amor a nuestra historia común en el ámbito americano, así como la comunión de los ideales de nuestros próceres Bolívar y Martí, ha permanecido arraigado en ambos pueblos. A partir del triunfo de la Revolución cubana, el 1º de enero de 1959, se abrió un nuevo período en las relaciones bilaterales. El 3 de enero de 1959,  el Ministro de Estado de Cuba solicita del Ministerio de Relaciones Exteriores de Venezuela el reconocimiento del nuevo Gobierno cubano, surgido después de la caída de Fulgencio Batista. El 5 de enero de 1959,  el Gobierno venezolano reconoce el Gobierno cubano recién instaurado. El 23 de enero de 1959,  el Comandante en Jefe Fidel Castro Ruz  visita Venezuela y  asiste a los actos de celebración del 23 de enero, en Caracas. El 24 de enero de 1959 pronuncia un magistral discurso en el Congreso Nacional de Venezuela. Producto de la agresión contra Cuba auspiciada por los Estados Unidos en el seno de la OEA con el fin de derrocar a la Revolución aislándola del resto de América Latina, el 11 de noviembre de 1961, se produjo un canje de notas en Caracas y en La Habana, a través del cual se declaraba la ruptura de relaciones diplomáticas entre ambos países. El Presidente de Venezuela, Rómulo Betancourt, dirigió una alocución al país explicando las razones de ello. A partir de ese momento los asuntos de Venezuela quedarían representados por la Embajada Suiza en La Habana. El 29 de diciembre de 1974 se restablecen las relaciones entre ambas naciones.
https://aucaencayohueso.wordpress.com/2019/01/04/historia-de-las-relaciones-cuba-venezuela/

mercoledì 2 gennaio 2019

2 gennaio 1959. Abbiamo vinto la guerra. La rivoluzione comincia adesso

Durante la notte arriva Camilo alla testa della sua colonna; i due amici si incontrano nell'edificio dei Lavori pubblici mentre per la colonna di Camilo vengono preparati seicento panini e ventiquattro casse di birra Hatuey. Saranno loro i primi a muoversi verso L'Avana dove arriveranno la mattina intorno alle cinque. Nella notte all'Avana, dopo che si è saputo della fuga di Batista, gli studenti cominciano a concentrarsi, e sulla collina dell'università compaiono delle bandiere del 26 Luglio. La popolazione si riversa nelle strade, ci sono saccheggi nell'Hotel Biltmore, nel Sevilla Plaza e nei casinò. Milizie del 26 Luglio occupano le redazioni dei giornali batistiani, e per rappresaglia la polizia apre il fuoco sulle concentrazioni di civili nei quartieri bassi. Vengono liberati i prigionieri dal carcere del Principe. Nel caos i quadri urbani del 26 Luglio e del II Fronte cercano di coprire i vuoti di un potere molto precario, perché dopotutto ci sono ancora migliaia di soldati batistiani nelle caserme. I poliziotti abbandonano diverse stazioni, solo in alcune rispondono sparando alla pressione della moltitudine che si va radunando nelle strade. Alle due del pomeriggio l'ambasciatore statunitense Earl T. Smith, accompagnato da altri membri del corpo diplomatico, si riunisce con Cantillo (non con il presidente Piedra: non c'è dubbio su chi detenga il potere reale). Gli statunitensi cercano un'uscita dalla dittatura che non passi per Fidel e per il 26 Luglio ma che escluda i batistiani, tentando così, in modo molto goffo, di salvare le apparenze. Il settore su cui puntano per il ricambio è quello dei "militari puri", capeggiati da Barquin y Barbonet, che avevano cospirato contro Batista ed erano in carcere. Cantillo è docile alle pressioni e alle sette di sera fa uscire il militare dalla prigione di Isla de Pinos insieme al leader del 26 Luglio Armando Hart. La popolazione è per le strade. La festa popolare dilaga per Santa Clara, grida e pianti, i ribelli sono portati in trionfo dalla folla. Nella città liberata si balla e si canta, e si chiede anche la fucilazione dei torturatori catturati. Oltuski continua: «La notizia della resa dell'esercito della dittatura era corsa per tutta la città e migliaia di persone stavano convergendo nell'edificio in cui ci trovavamo. Sapevano che lì c'era il Che e nessuno voleva perdere l'occasione di conoscerlo. Fu necessario mettere delle guardie all'entrata per impedire che quella massa umana ci travolgesse. «Al piano di sopra fu organizzato un carcere provvisorio per i criminali di guerra delle forze repressive che, uno dopo l'altro, venivano scoperti e catturati dal popolo». Le fonti si contraddicono rispetto ai nomi e al numero, ma non c'è alcun dubbio che durante quelle prime ore della liberazione di Santa Clara il Che abbia firmato la condanna a morte di diversi poliziotti batistiani che la gente accusava di essere torturatori e violentatori. All'inizio si tratta di molti degli arrestati che avevano operato come cecchini nell'hotel di Santa Clara: Villaya, Félix Montano, José Barroso Pérez, Ramon Alba Moya, Mirabal. Aleida precisa che fu Marta Lugioyo, un avvocato del 26 Luglio, a redigere gli ordini di fucilazione, in accordo con il codice penale che vigeva sulla Sierra. A questo gruppo va aggiunto il comandante della guarnigione, Casillas Lumpuy, che era stato arrestato dalle truppe di Bord6n mentre tentava di fuggire dalla città. Non feci né più né meno di quello che esigeva la situazione: la condanna a morte di quei dodici assassini perché avevano commesso crimini contro il popolo, non contro di noi. Tra l'altro, Casillas non morirà fucilato ma lottando con una delle guardie che lo stanno portando all'esecuzione. La fotografia di Casillas, vestito con una camicia a quadri a maniche corte, che tenta di togliere il fucile al suo custode farò il giro del mondo. Due giorni dopo sarà fucilato il capo della polizia Cornelio Rojas, arrestato a Caibarién nel tentativo di fuggire. Mentre a Santa Clara i combattenti del Che e del Direttorio mantengono un ferreo controllo sulle armi e sulla situazione nelle strade, all'Avana la folla esercita una giustizia per molto tempo rimandata: una specie di vandalismo razionale e selettivo guida la gente che attacca le stazioni della Shell, di cui si diceva che avesse collaborato con Batista regalandogli dei carri armati, devasta i casinò, proprietà della mafia statunitense e del sottobosco batistiano, distrugge i parchimetri, uno degli affari loschi del sistema, assalta la casa dei rappresentanti del regime (in quella del sindacalista Mujal buttano dalla finestra l'impianto dell'aria condizionata). La perdita di controllo dell'apparato repressivo, che si va disgregando in pochi secondi con la fuga in massa dei quadri batistiani, genera un vuoto di potere che né Cantillo né Barquin riescono a riempire, di fronte al rifiuto di trattare delle forze rivoluzionarie. Vengono presi gli studi della televisione e davanti alle telecamere testimoni spontanei denunciano gli orrori della passata repressione batistiana. Alle nove di sera viene concordata la resa di Santiago. Fidel entra nella capitale d'Oriente, riceve il giuramento come presidente del magistrato Manuel Urrutia e annuncia che marcerà sull'Avana. Ripete la proclamazione di uno sciopero generale rivoluzionario. Radio Rebelde diffonde il divieto di consumare alcolici nelle città liberate. A Santa Clara il Che comincia a raggruppare i plotoni dispersi della sua colonna: vengono convocate le forze di Bordon e di Ramiro. Alcune macchine con altoparlante girano per la città chiamando a raccolta i ribelli della colonna. Il Che viene a sapere che alcuni combattenti si stanno impadronendo di automobili abbandonate dai batistiani fuggiti e, infuriato, ordina che vengano consegnate le chiavi. Non avrebbero buttato all'aria in un momento quello che l'Esercito ribelle aveva sempre avuto come norma: il rispetto per gli altri. Sarebbero andati all'Avana in camion, in autobus o a piedi, ma tutti allo stesso modo. Fa una ramanzina al giovane Rogelio Acevedo, che ha requisito una Chrysler del '58, e lo manda a prendere la sua vecchia jeep. In quelle ore riceve una comunicazione da Gutiérrez Menoyo, che mette a sua disposizione le truppe del II Fronte. Non c'era nessun problema. Demmo quindi istruzioni perché ci aspettassero, dato che dovevamo sistemare le questioni civili della prima grande città conquistata. Il combattente Mustelier chiede al Che il permesso di andare nell'Oriente per vedere la sua famiglia: il comandante della colonna risponde seccamente di no. «Ma Che, ormai abbiamo vinto la rivoluzione.»  «No, abbiamo vinto la guerra. La rivoluzione comincia adesso»



giovedì 27 dicembre 2018

Si avvicina l'ora di Santa Clara.


Si avvicina l'ora di Santa Clara. Il giorno 27 il centro decisionale della rivoluzione a Las Villas si installò provvisoriamente nel Gran Hotel Tullerias di Placetas, un albergo di paese fondato nel 1912 il cui nome suggeriva qualcosa di molto lontano dalla realtà. Il proprietario aveva ordinato di fare pulizia per dare ai ribelli una stanza in buono stato. Il Che occupò fugacemente la stanza numero 6 e utilizzò la 22, a sinistra delle scale, come quartier generale. Quella sera, alla luce di una lampada a petrolio, dato che l'elettricità era stata tagliata, Guevara si riunì con il suo secondo Ramiro Valdés, e con il comandante del Direttorio Rolando Cubela per trovare una soluzione al problema militare più rischioso di tutta la sua vita di combattente: l'attacco a Santa Clara. Il Che si trovava di fronte l'alternativa di aspettare che le truppe di Camilo prendessero Yaguajay e quelle di Faure occupassero Trinidad, e che poi entrambe convergessero su Santa Clara, oppure avanzare verso la città con le forze ridotte della colonna 8 e del Direttorio. L'organizzazione clandestina e persino la UPI, con un cablogramma che li informava che Batista avrebbe inviato altri duemila uomini a Santa Clara, avevano fornito loro abbondanti informazioni sulle truppe che avevano di fronte: il treno blindato con i suoi trecentottanta soldati, mortai, un cannone, bazooka e mitragliatrici; la guarnigione della, Leoncio Vidal, la principale caserma della provincia, con milletrecento uomini, carri armati e autoblindo; una guarnigione nell'aeroporto, la caserma dello squadrone 31 della guardia rurale, con duecentocinquanta o trecento guardie, carri armati e autoblindo; la stazione di polizia, con quattrocento uomini tra poliziotti, informatori e soldati, con due carri armati, due autoblindo e un'altra serie di piccoli distaccamenti che riunivano più di duecento soldati. In totale quasi tremiladuecento batistiani, ai quali si doveva aggiungere l'appoggio attivo dell'aviazione. Il massiccio presidio della città era dovuto al fatto che vi si erano rifugiate le truppe di diverse caserme, e che Batista riteneva che, in caso fosse caduta Santiago, Las Villas avrebbe potuto frenare i ribelli nel cuore dell'isola. Il Che era particolarmente preoccupato perché avevamo un bazooka senza proiettili e dovevamo batterei contro una dozzina di carri armati, ma sapevamo anche che per farlo dovevamo arrivare nei quartieri più popolosi della città, dove il carro armato perde molta della sua efficacia. Per effettuare l'attacco il Che contava su sette plotoni, per un totale di duecentoquattordici uomini, un centinaio di uomini della colonna del Direttorio e un'altra cinquantina di reclute di Caballete de Casa, guidate da Pablo Rivalta, che erano appena state armate, alcune delle quali ex combattenti del II Fronte passati al 26 Luglio. Quasi nove soldati per ciascun ribelle, e le forze del Che sarebbero andate all'offensiva. I manuali militari avrebbero concordato nel dire che il comandante Che Guevara stava preparando una follia. Tratto da: Senza perdere la tenerezza di PIT II)

martedì 25 dicembre 2018

Il treno per Santa Clara


Mentre Guevara e Cienfuegos progettano la strategia per le prossime battaglie a Las Villas, dalle officine di Ciénaga, all'Avana, parte un treno blindato diretto a Santa Clara che sarà l'arma migliore della dittatura. La sua partenza è stata ritardata fino a quel momento a causa dei continui sabotaggi, e ora viaggia con una dotazione incompleta. Le diserzioni sono andate moltiplicandosi e continueranno per tutto il tragitto, e l'ufficiale che lo comanda scapperà negli Stati Uniti con le paghe dei soldati: un milione di pesos. Ciò nonostante il treno blindato e le sue mitragliatrici saranno a Santa Clara il giorno di Natale ... ad aspettare le truppe del Che. 
Prima che terminassero le operazioni a Remedios, le truppe della colonna 8 cominciarono l'attacco a Caibarién. Poco prima delle undici di sera del 25 il Che aveva dato inizio all'infiltrazione utilizzando due plotoni, quello di Ramon Pardo e quello di Iusto Parra. La popolazione scese nelle strade a festeggiare i ribelli e li informò che i batistiani si erano rifugiati nella caserma della guardia rurale e nella stazione della marina. Alle undici si cominciò a sparare su entrambe le postazioni. 
(Tratto da: Senza perdere la tenerezza di PIT II)


domenica 23 dicembre 2018

23 dicembre... gli uomini di Batista continuano ad arrendersi


All'alba del 23 dicembre i guerriglieri cominciano a infiltrarsi a Placetas, ancora con il rumore degli spari di Cabaiguàn nelle orecchie. La guarnigione, assolutamente demoralizzata, aveva chiesto l'evacuazione del posto, in cui si trovavano più di cento soldati «dal morale a terra e scoraggiati per dover lottare contro truppe ribelli in schiacciante maggioranza, con effettivi senza dubbio in rapporto di cinquanta a uno» diceva un rapporto dell'esercito, esagerando molto, perché il Che in quel momento contava su meno di duecento uomini per attaccare Placetas. In risposta al rapporto era stato ordinato il ripiega mento verso Santa Clara, ma era un ordine tardivo, perché Placetas era già accerchiata.
Alle quattro e mezzo del mattino cominciarono gli spari. Le truppe di Vietor Bordòn entrarono da un capo del paese, quelle del Direttorio, comandate da Rolando Cubela, dall'altro. Il plotone suicida attaccò il nemico nel cinema, Abrantes attaccò il municipio e il plotone di Alfonso Zayas il posto di polizia. Il tenente Hugo del Rio racconta: «Bisognava vedere come ci aiutava la popolazione nei posti dove combattevamo. In molte occasioni c'era così tanta gente che scendeva nelle strade che risultava persino pericoloso, perché molti potevano restare vittime della mitraglia nemica».
Il Che arrivò a Placetas verso le sei e mezzo del mattino, su una jeep guidata da Alberto Castellanos; in quel momento il capitano Paez prendeva il cinema, e il plotone del Vaquerito, dopo aver occupato senza sparare la stazione radio, combatteva sulle alture.
A Placetas le forze di Zayas mantenevano la pressione sul posto di polizia, e alle cinque del pomeriggio, sotto il fuoco di una mitragliatrice calibro 30, di mortai e granate, i poliziotti chiesero una tregua per trattare con il Che. Mezz'ora dopo si arrendevano. Il fuoco dei ribelli si concentrò allora sulla caserma, dove si trovavano centoquattro soldati. Il plotone del Vaquerito attaccò dalla parte posteriore e le truppe di Bordon da quella anteriore. Il Che era in prima linea. Calixto Morales ricorda: «Mi sembra ancora di vederlo, a Placetas. I cecchini che sparavano e lui in mezzo alla strada come se niente fosse». 
In questa città i rivoluzionari ebbero un aiuto sorprendente: il tenente Pérez Valencia della guarnigione di Fomento che, rimasto per qualche giorno nell'accampamento di Manacas, era stato conquistato alla causa del Movimento. Racconta: «Chiesi al Che di mettermi un bracciale del 26 Luglio, e mentre mi accontentava mi disse in un sussurro: "lo non le prometto niente". Gli risposi che io non chiedevo altro che mi lasciassero combattere». Pérez Valencia, attraverso l'altoparlante, fece pressione sui difensori perché si arrendessero: «Che non si sparga del sangue, io sono Valencia e sono qui agli ordini del Che, e ho persino la mia arma. L'Esercito ribelle non è quello che credete voi». Il capitano cedette. Il Che entrò allora a trattare con gli ufficiali: usò un tono molto educato, parlava a bassa voce, secondo uno dei testimoni, ma il comandante degli assediati, il tenente Hernandez Rivero, diventò arrogante e cominciò a dire che lui era un ufficiale d'accademia e che avrebbe difeso la caserma fino alla morte. Il Che non riuscì a trattenere una risata. Allora i soldati presero l'iniziativa e, scavalcando il loro comandante, cominciarono ad arrendersi. Quando si seppe della resa dei soldati il popolo si riversò per le strade, gridando e suonando tutte le campane delle chiese. Si arresero più di centocinquanta uomini e furono presi centocinquantanove fucili, sette mitragliatori, una mitragliatrice calibro 30, un mortaio, granate e munizioni. Qualche ora dopo la caduta di Placetas il Che arrivava con la sua jeep a Yaguajay, dove Camilo e la sua colonna stavano stringendo d'assedio la caserma locale. La riunione si tenne nello zuccherificio Narcisa, fra la curiosità dei contadini che si avvicinavano per vederli insieme. Camilo, con il suo abituale sen- so dell'umorismo, commentò: «Lo so già che cosa farò quando vinceremo, ti metterò in una gabbia e girerò il paese facendo pagare il biglietto per vederti. Diventerò ricco!»
(Tratto da: "SEnza perdere la tenerezza" di Paco Ignacio Taibo II)


martedì 18 dicembre 2018

Tutta colpa di Maduro


EL NACIONAL FALLISCE, MA PER GLI USA  #HASTATOMADURO#cosechenonvidicono

Tutto il mondo è paese. Il 26 marzo 2016, il quotidiano britannico The Independent ha celebrato 40 anni di storia chiudendo la sua edizione cartacea, con il titolo "Ferma le macchine!". Lo storico quotidiano aveva raggiunto 400.000 copie al giorno negli anni '90, nel 2008 aveva perso l'85% dei lettori del cartaceo. Nessuno ha gridato alla "repressione dittatoriale" di David Cameron. 
Così come nessuno ha avuto da ridire qualcosa contro il governo spagnolo di Rajoy, quando nel 2015, ben 375 testate hanno chiuso i battenti e lasciato a casa 12.000 giornalisti, portando le vendite dei quotidiani nel 2016 a 2,1 milioni di copie con una perdita superiore al 50% in 15 anni. Negli USA non va molto meglio: calo del 21% dei ricavi pubblicitari nel terzo trimestre del 2016 delle 3 testate più importanti: The Wall Street Journal, The Times e The New York Times, 18,5%. 
#hastatoObama? No, "è la stampa bellezza". Le rotative chiudono in tutto il mondo e a tutte le latitudini, tutte per le stesse ragioni (che sarebbe lungo analizzare in questo post). Ma su una di queste vale la pena soffermarsi: con l'ascesa del neoliberismo e la caduta del mondo socialista, molte aziende giornalistiche tradizionali, che erano state nelle mani di famiglie dedite da generazioni all'informazione, iniziarono a cambiare mano. In paesi come gli Stati Uniti, sono stati sottoposti al controllo diretto delle banche, dell'industria delle armi e dell'intrattenimento. Il loro ruolo di portavoce della società ha cominciato a sfumare rapidamente.
Qualcosa di simile è accaduto in Venezuela, con la particolarità che dal 1999, quasi tutti i media privati ​​(stampa, radio e televisione) avevano già rinunciato al loro ruolo e si erano mutati in organi dei partiti politici di opposizione, il cui unico obiettivo era rovesciare o sconfiggere il governo di Hugo Chávez. Insomma, divennero portavoce di una oligarchia, la classe media anti-Chavez radicalizzata. Dal 2002 si sono auto-flagellati fino al punto di morire, perché si sa la lealtà dei fan ha vita breve, quando si rompe il patto con la verità.
Fino alla morte del Comandante Chávez, la stampa in Venezuela, in particolare i giornali stampati, erano già in crisi profonda, come ovunque d'altronde. Consapevoli della situazione che si stava profilando, diversi grandi gruppi editoriali in Venezuela hanno scelto di vendere le loro aziende prima che andassero in bancarotta. Lo hanno fatto come i capitalisti fanno queste cose: con cinismo. "Business is business". Molte di queste operazioni erano totalmente opache per l'acquirente. Coloro che hanno acquistato quelle "auto usate" hanno scoperto i "vizi" solo più tardi. Troppo tardi. El Nacional invece si è tenuto la macchina rotta, devastata da un modello di business fallito da decenni, da un modo di fare giornalismo che va a pezzi ovunque (soprattutto se la specialità è la manipolazione dell'informazione, come nel caso de El Nacional), dal suo ruolo di grancassa di una opposizione fallita. 
Ma gli USA e i suoi laqué strillano "#hastatomaduro".


Nel frattempo è arrivato un aggiornamento: 
"Un gruppo di dirigenti del quotidiano El Nacional ha chiesto scusa Sabato 15 dicembre pubblicamente al presidente della Costituente nazionale (ANC), Diosdado Cabello, per la campagna di diffamazione che è stato promossa nel 2015 da loro contro il leader socialista".
Hanno ammesso che la campagna orchestrata per danneggiare l'immagine di Cabello, con la pubblicazione di notizie infondate di essere legato al traffico di droga.
"Deploriamo il danno personale e familiare che abbiamo causato o possiamo aver causato a Diosdado Cabello Rondón con queste pubblicazioni", spiegano in uno dei tre punti della lettera.

Di recente, tra l'altro, Cabello aveva dichiarato che né il proprietario di El Nacional, Miguel Henrique Otero, né il direttore di La Patilla, Alberto Federico Ravell, o i proprietari di Tal cual, saranno perdonati per questo tentativo di diffamazione. "Non li perdono né li scuso, né nulla, perché hanno montato una grande complotto contro un essere umano senza alcuna prova."



lunedì 26 novembre 2018

Sull'Editoria a Pagamento


L'Editoria a Pagamento è una melma in cui molte persone restano invischiate... Andrebbe cambiato il sistema, e lo sappiamo tutti, ma la vanità dell'uomo è tale che si preferisce non vedere in cosa si è coinvolti piuttosto che reagire e gridare: "Non ci sto" e poi, confessiamolo, è più facile mettersi in fila con le mani piene di denari. E così la processione si ingrossa e file di illustri scrivani bussano alla porta di editori senza scrupoli, armati solo da ingorde passioni che li trasforma in procacciatori di affari e non in ricercatori di talenti letterari, pronti a sfruttare il malcapitato scrittore alle prime armi che ancora crede di portare la cultura nel mondo e non si accorge che, con il costo di 300 libri, l'editore amico (e spesso 'compagno') se la ride e se la gode.
Per questo la cultura italica affonda e a nulla vale l’idea più volte sbandierata del “Così fan tutti”.
Ben si addicono a questo sistema le parole del Maestro Pasolini:

L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo”.

Eccoli dunque in fila indiana i nuovi sbandieratori della cultura. Eccoli riconoscibili e senza vergogna. Schiere di ingegneri, celerini, nullafacenti e immigrati arricchiti, novelli diffusori della antica arte della narrazione scritta, estrarre denari e pagare, trasformando la Cultura in un gioco borghese che esclude così il talento a vantaggio della ricchezza, senza capire che è il denaro che corrode e corrompe, in un gioco al massacro in cui chi ha più soldi vince e chi non ne ha (o per principio non si sottomette) è costretto all’attesa di un’occasione che forse mai arriverà.  
E ancora il Maestro che da lassù ammonisce:

 "… prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo”.

martedì 30 ottobre 2018

Il bloqueo: storia di una nazione incapace di ammettere la sconfitta


Domani, nel palazzo di vetro di N.Y, si riuniranno i delegati dei 193 paesi per votare, ancora una volta, l'abolizione del BLOQUEO imposto arbitrariamente dagli Stati Uniti contro Cuba. Per chi, in questi ultimi 50 anni si fosse distratto, il BLOQUEO non è altro che l'embargo commerciale, economico e finanziario contro la nazione caraibica imposto dagli Stati Uniti d'America e che dura dai tempi della liberazione dell'isola dalla mafia e dal fascismo da parte dei ribelli fidelisti. Quello che più sconcerta è che il BLOQUEO viene posto in essere da un paese che continua, da 200 anni, a dichiararsi paladino delle libertà e che, da 200 anni continua a spargere morte e orrore in ogni parte del globo, piegando ai suoi desiderata tutti quei paesi che non piegano alla sua volontà. Il BLOQUEO contro Cuba è il più lungo nella storia dell'umanità, ed è la massima espressione di una politica crudele e inumana, priva di legalità e legittimità e progettata deliberatamente con lo scopo di causare la fame, la malattia e la disperazione nella popolazione cubana. Tra marzo 2017 ed aprile 2018 il blocco ha colpito negativamente l’economia cubana per oltre 4 miliardi di dollari. Si stima che durante gli ultimi sei decenni il blocco sia costato a Cuba circa 933678 milioni di dollari. Può concepirsi il danno, la sofferenza, ancor più, ad una popolazione attuale di undici milioni di persone che produce la perdita, solo l’anno scorso, di cifre così importanti?
Domani si tornerà a votare nel palazzo di vetro e, come accade ormai da anni, vincerà la mozione che chiede di abolire il BLOQUEO. Domani, come accade da anni, i (finti) garanti della pace nel mondo, faranno finta di non ascoltare il voto espresso da centinaia di paesi che fanno parte dell’ONU, rendendo di fatto inutile il palazzo, nato di vetro ma che è ormai diventato un palazzo di carta straccia.